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mercoledì, 04 novembre 2009
*
Ecco le nuove, dal sapore antico,
le promesse inquiete di radici
mutanti in confuse esalazioni
come terra nel palmo della mano
(che un giorno, per noi, qualcuno raccoglierà).
E terra negli occhi senza domande
e ancora terra in una delle mille
pieghe del mio cervello
fuggendo il soffio famelico
e sincopato dell'anello al naso
che ci attende, e bisogna affrontare,
come un battente alla porta
che non valicheremo,
come queste parole che si va leggendo
e un volta lette non ci penseremo.
Irresistibile al di là,
irreversibile non più per sempre.
Nella luce di questo abisso
coincide l'estremo rifugio,
l'abbaglio di denigrare l'assenza.
E' questa ora la porta del labirinto
dove due lingue opposte si toccano
e due verità contraddicono,
è questa ora la porta. Così io
dall'oltretomba ti bacio
e con la bocca di un altro
ti cingo la fronte e il seno.
*
martedì, 29 settembre 2009
L'ago nel palmo della mano e il filo
dietro legato che lo segue un'ombra.
Scrivere non è che un'illusione,
un cancello che solo il tempo potrà
sfaldare, quale cesura
sulla pagina non bastano tutte
queste parole scritte come punti
di sutura, ma non ci sarà
riconciliazione. Eppure scrivo più
niente. Poi mi dico: son morto,
oppure come, non induco
una frase, né brucio di voce.
Poi vieni tu e mi dici:
Cosa hai detto, hai detto qualcosa?
E io non capisco (indignato ho inteso
questo abbiamo voluto
un distendersi silenzioso)
nelle mani questo vuoto.
domenica, 19 luglio 2009
P-Re-Visiòne
Chissà dove sarà Dio a quest'ora
del pomeriggio. Ma poi esiste
o è mai esistito? E perché mai
mi vengono in mente questi pensieri?
Dev'essere questo caldo pungente
che sembra venire dal basso dell'estate,
bionda come la birra che sto bevendo
seduto su una panchina del parco nord.
Trasudo divine oscenità, perché
un altro pensiero che riaffiora è:
che cazzo ci sto a fare io qui?
E mentre ripeto questa sconcezza vedo
un gran bel pezzo di ragazza avvicinarsi
proprio da questa parte, tiene
il suo cane a guinzaglio come se
fosse un'estensione del suo sesso,
lo porta a pisciare.
Entrambi mi passano davanti e sembra
che nemmeno mi abbiano visto.
Quattro loschi individui fumando
le sbavano dietro al suo culo
poderoso a forma di mela.
Forse sono morto, ma non mi ricordo
come e quando. Ed è triste.
Se pensare è esistere a tutto c'è
un limite si dice o_disse_a Omero
qualcuno una voce un grugnito
della maga e guarda come cambia
il senso della frase e degli uomini
prigionieri di quanto deve ancora
accadere e durare se pensare è
esistere o desistere.
Nell'apatia di un mondo alleato
con il diavolo la pazienza
lo sconforto la pena l'oscuramento
non c'è niente da fare così l'uomo
creò il tempo e il tempo gli promise
la dimenticanza e io lo so che già
non sono, che non vedo oltre
la finzione della morte,
ma preferirei non pensarci.
Avverso a ogni contatto - disse -
io tendo ad allontanare le persone.
Nell'indolenza di un mare alla gola
non abbiamo nulla da dirci. E poi
alla natura piace nascondersi,
ed è col fiume dei miei occhi
che la vedo allontanarsi, ondeggiando
come una serpe per il parco, e restringersi,
come una maschera lavata mille volte.
Io non so se può dirsi nostalgia
di quel che manca o è mancato e
anche se non sono mai quello che sono,
o ero, anch'io lo scrivo e mendico
una briciola di esistenza prima
che la terra piena di merde
di cane (dog in inglese) arrivi
a incoronarmi il pensiero
con uno sputo caduto dal cielo.
Dissimula occulte verità un remoto
lamento di cane. Forse per questo
ci si ostina a scrivere di tutte
le vergogne, nella speranza che
qualcuno, passando, ci raccolga.
Scrivo tutto questo su un foglietto
di carta che poi arrotolo dentro
la bottiglia ormai vuota più del mistero
che gli occhi della notte raccolgono.
Sappiamo che non può esserci delitto
senza confessione, né tantomeno poesia.
*
lunedì, 22 giugno 2009
No love lost
Non ragiono per immagini,
oppure non ragiono e basta,
mi diresti, e come darti torto.
Sono qui a pulirti gli occhiali
mentre tu invece pensi che avrei
voglia di sputarti addosso.
Ma verrà nuovamente l'amore,
come l'alba e il tramonto.
E succederà di nuovo, come
a ogni momento quello dopo.
Quando ti parlo non nascondo
sofismi come credi, non so
nemmeno cosa sia un sofismo:
un movimento, una posizione?
Non chiedo nulla, non mendico,
però oggi ho ripreso a scrivere,
così come vieve viene e dunque
ho scritto su questo cartello.
"Non chiedo nulla non mendico"
anche se le apparenze potrebbero
ingannarci. Come sempre. E neppure
però posseggo di che privarmi.
Escluso il corpo, è certo,
il quale, a vederlo così com'è,
da lontano, abbandonato a se
stesso, come la fame un morso
nello stomaco, non sembra
buono, neanche da mangiare.
Non sto seduto da nessuna parte.
Oggi ho ripreso a scrivere, ho detto,
però forse è più vero dire che
mi sono messo a incolonnare
queste parole. E in ogni caso
il tempo passa e con il tempo
questo mio corpo che lo insegue,
va dritto, o indietro forse,
tralasciando ogni sinuosa sommità
che impedisce di vedere le distanze,
tra il filtro e la brace
della sigaretta, che vuole essere
una maniera diversa di dire terra
e sottoterra.
Ma quali risorse, quali congegni
inceppano lo scorrere di questa
conversazione? Cosa impedisce
il deflagrare di una risposta?
Quale profondità? Quale altezza?
Ed è l'assenza o il vuoto
che ci unisce? Ecco, io sono
a terra, come gomme bucate
che sembrano assumere la forma
del teschio. Le maniglie dell'amore
o del sesso. E ti costringono
a scendere dall'auto e a urlare.
Viva la prostituzione, il crimine
e il confidarsi alla Morte.
O più grossolanamente vorresti
dire che io sono già al di sotto
della terra, insomma sottoterra,
così per te è questo ciò che sono,
solo che la terra mi è caduta
di dosso come in un sonno inquieto
le fluide lenzuola. E tu, se
per errore vorresti venire a trovarmi,
dovresti provare a inarcare
un po' di più quella schiena,
e mollare il verme di questa torre
di menzogne, cadere nel sonno
come un pesce nell'acqua, abbandonare
l'epilessia di un corpo
che è già morto e trovare
l'aggiacciante fetore
che ti schiaccia il naso
contro il culo di una pagina
piena di parole stampate
e che hanno la pretesa
d'incarnarsi nei tuoi occhi,
in questo momento, e nella fame
della tua immaginazione.
Da sempre in cerca di un posto
dove rifugiarsi, e non lo si trova
neppure nel sottoscala delle parole
aguzze come i gradini che non mordono
il cielo ma solo una camera da letto
mi pare di ricordare, dove si fumava
una sigaretta dopo l'altra, aspettando
solo il serpeggiare del tempo e
con esso l'avanzare del sonno prima
d'impazzire, prima di te, prima
dell'incendio o solo di dio.
Forse dovevo solo buttarmi in terra
e agitarmi come a spegnere le fiamme.
*
sabato, 13 giugno 2009
Tutto il mondo è da sfogliare,
stracolmo di cartelloni pubblicitari
e di gente accoltellata ai semafori,
tutto il mondo è come una rivista
stesa sul tavolo di una qualunque
sala d'attesa, tutto il mondo è
come una corda tesa sul balcone
dove stendere le solite mutande
bucate come gli occhi o le calze,
ed è così che ti considerano due diverse
tipologie di persone, ma lo stesso
ne rimarremo fuori.
martedì, 31 marzo 2009
a sera la tua bocca
sputava sangue, nebbia
dentro parola, fuoco,
per somiglianze pretese
qualcosa dentro s'era
rotto, lo specchio d'acqua
fatto a pezzi sembra,
vero, a vederlo da lontano,
lo specchio il volto, gelido,
s'accartoccia, come pugno
o foglie in terra sono le mani,
ma chi è, che sia questo
il tranello? a forza
di guardarsi si finisce
per esser quello, cosa
c'è sotto, cosa? i vetri,
dici, una lastra, fumigata
fluida, geometria riflessa
scolpita da una pietra
.
martedì, 17 marzo 2009
di colpo dal cielo crolla la pioggia
e tuoni e fulmini a spaccare di netto sentieri
che si biforcano come alberi e alberi… -
sotto uno di loro con speranza mi fermo, cerco
riparo…
ma poi un altro giorno deflagra, remoto
e senza convinzione.
Vi scorgo un po' di luce,
dall’estrema palpebra
che irradia di ciglia il giorno -
niente si muove e buono sembra l’orizzonte
spazzando nei cimiteri
alitando sul vetro delle tombe
.
giovedì, 12 marzo 2009
perché c'era questo vecchietto
dentro vestiti senza colore
e con un'andatura da mosca
dietro il banco di un macellaio
e quindi non è vero che niente
mi attrae e il niente è forse uno specchio?
perché mai nascondo nel petto una pietra
e nelle mani il peccato in tasca
per espandere l'ignoto o desiderare
il decrescere dei cerchi nell'acqua
così, oltrepassando i confini
del vetro, per sentirmi meno solo
lunedì, 27 agosto 2007
river's s...ide
(ottava pagina)
Claudio era rimasto a mezz’aria sospeso come un uccello avevamo detto, un’immagine a dire il vero non molto originale ma senza dubbio molto vicina all’idea che stava vorticando dentro la sua testa. Nel frattempo si sarebbe detto che una musica molto sensuale e contemporaneamente in contrasto con le forze della gra-vità in quel preciso istante si fosse messa in moto da sola dietro di lui che, incantato nella sua visione, non riusciva o non voleva muoversi. Un po’ come quell’uccello appunto, caduto dalle braccia della ragione, e rimasto per qualche altra incomprensibile ragione sospeso a mezz’aria sul vuoto estremo di questo amore. Certamente Luisa, di ritorno dall’apparente invisibilità, aveva acceso lo stereo in macchina. E quest’altra macchina liquida ed elettrica della musica, ad alto pericolo di attrazioni, al alto contaggio dei cuori sospesi, s’era messa in moto, facendo frullare le turbine, a caricare le correnti ascensionali degli strarter preposti appositamente a soddisfare i comandi impartiti dalla tabella numerata dentro la cabina dell’ascensore, per raggiungere i diversi piani del palazzo. Dalla lucente tromba delle scale, che circondano il pozzo dell’ascensore, si vedono in trasparenza le quattro o cinque corde del basso che sorreggono la cabina, ecco che cominciano a vibrare ostinatamente, su e giù per tutti i piani. Scolpendo nell’aria la tonalità di un abbandono. Poi frustano i dischi. Ruggiscono i rullanti. E ancora non riesce a muoversi. Nemmeno le labbra. Luisa, invece, eccola là, decisa a calpestare tutti i gradini, a precipitare coordinate a terra, ma prima bisogna salire, arrampicarsi con la sola forza delle braccia più in alto che sia possibile. Ridiscendere. Seguire l’impossibile fuga delle corde del basso. Su e giù per tutti i piani del palazzo. Comincia a mescolarsi con le ombre della strada, facendo girare i fianchi e la testa, a stuzzicare la voce dietro la rete di un microfono. Ed ecco, con gli occhi semichiusi di sonno, si vedono uscire, da cavernose lontananze, le prime vibrazioni, si pronunciano misfatti. Aver paura ogni giorno, ogni sera. Aver paura di chiamarla ad alta voce, di darle un nome. Aver paura del nome. Tutt’intorno si andava creando un’atmosfera ancora più fitta e notturna. Claudio ebbe come la sinistra impressione di starsene lì imbambolato di fronte al vuoto come uno spaventapasseri nel deserto mentre il suo corpo lo tradiva, complice di tutta quella perfezione ritmica. Incastrato tra le ossa. E non riuscire a pizzicare il più elementare arpeggio. Un suono sintetico cominciò a serpeggiare alle sue spalle. Come i tanti piccoli gorghi di un fiume inespressibile Luisa danzava vorticando per raggiungerlo sotto vento. Claudio respirò forte sollevando vagamente le braccia. Ma a scatti. Una leggera flessione del busto, delle spalle, del collo, degli occhi. Da una parte. Dall’altra. Robotica sensazione. Se solo potesse conoscere la bellezza But if you could just see the beauty. Si scostò ancora un poco. Tutto sommato era difficile stare fermi. Perché vedesse anche lei. Ci sono cose che non saprei mai descrivere. These things I could never describe. Sentì un’ansimare affrettato dietro l’orecchio. Poteva essere lui stesso o Luisa che s’era fatta più vicino o anche qualsiasi altra cosa, un batter più svelto delle ciglia del cuore. These pleasures a wayward distraction questi piaceri una distrazione caparbia. Sollevò ancora più in alto le braccia, per spiccare il volo. Adesso avrebbe potuto. Ce l’avrebbe fatta. This is my one lucky prize isolation, isolation, questo è il mio solo prezzo fortunato. Isolamento. Sentì una fitta al cuore. Tagliente. Sentì una stanchezza posarsi sulle spalle. Forse si sarebbe lasciato andare, a precipitare sul nero asfalto dal marciapiede della sua immaginazione. Due braccia calde come ali d’aquila l’avevano afferrato prima che cadesse, le braccia di Luisa lo tenevano stretto.
prosegue...
domenica, 26 agosto 2007
river's s...ide
(settima pagina)
I vetri si erano completamente appannati. Vidi che Luisa passava una mano sul finestrino come nello specchio di un bagno caldo. Era uno spettacolo anche solo guardare la sua camicia scollata fino all’ombelico. Mostrando o nascondendo qualcosa che non era più soltanto se stessa. Facendo intuire ma non scoprendo il roseo candore dei seni. Dopo qualche minuto disse che doveva uscire:
- Faccio presto.
- Ma dove vai?
- Ah?! Devo andare a pisciare - disse chiudendo lo sportello dietro di sé e inoltrandosi in quel poco di nebbia che avevamo creato.
Rimasi un attimo a immaginarmi una stronzata. Come farà? Per un maschio è facile. Basta alzare una gamba e l’arco ocra è bell’e pronto per una prossima declinazione. Per una donna invece è un po’ più complicato ma forse anche più completo. Al pari di una cagna, che non alza nessuna zampa, ma è costretta ad abbassarsi col sesso fino a terra, e a divaricare leggermente le gambe, in modo d’essere sicuri di centrare l’ipotetica buca nel terreno (l’ondosa destinazione sarà più raggiungibile per ignoti ipogei - come autostoppisti presi a caso sulla strada - e non si correrà il rischio di pisciarsi addosso), sembra figurare ad un tempo arco e freccia, ecco che lancia di getto formidabile la retta piscia come la cagna famelica una precisa e polifemica domanda che poi è sempre la stessa ma per ognuno diversa: Chi sei? E dove? Farai in tempo a scoprirlo? Il classico mito di Edipo.
È ridicolo. Faccio della retorica anche sul banalissimo fatto di pisciare. Il getto formidabile è non liscio come un corso d’acqua che scorre lentamente, ma attorcigliato come una catena di anelli per la potenza compressa che ne deriva e per essere deviato in qualche modo dalla punta del clitoride provocandone una figura molto simile a un movimento a spirale o, ancora meglio, elicoidale, o a catena appunto come la disposizione delle foglie su un ramo che è regolata da un preciso ordine geometrico: esse crescono seguendo una linea immaginaria a spirale a distanze fisse e/o proporzionatamente costante.
Facemmo l’amore, dissi. E fra questi due verbi (coniugati entrambi stranamente al passato remoto, ma poi perché strano?) solo questa è la vera poesia. L’amore. Tra un apostrofo e una virgola, uno sopra e uno sotto, una seconda persona plurale e un io da solo. In tutto siamo in tre, come i tre piccoli porcellini della favola. Mi accendo una sigaretta intanto che aspetto Luisa. Abbasso un po’ il finestrino. Perché ricircoli un poco l’aria. L’atto che si compie. Si brucia. S’incenerisce. Tra le volute di fumo. Dov’eravamo? Le sue gambe liscie, profumate, perfettamente depilate, umide nella piena del fiume… si staccano ad ogni passo, ogni momento, a ogni gesto, come un foglio su cui era attaccata un’immagine adesiva. La bellezza può adesso staccarsi da sé. Incollarla su una parete della mente. Perderla. Gettarne il foglietto bianco, privo dell’immagine che lo conteneva, e su cui sono riportate soltanto le generalità della serie di figure per completare l’album. Chissà cosa e quanto ci manca ancora. Perché sono le immagini che contano veramente. Le conosciamo per anteprima, perché ce ne hanno fatto assaggiare un pezzetto, per stuzzicarci l’avidità, e incunearci nel profondo l’invidia per ciò che non si ha o non si è, ma prima della prima ce ne vogliono di grida e di prove. Il resto poi non importa. L’illusione, il silenzio, la resa sono elementi secondari e vengono dopo. Non importa.
Mi sento sragionare, lo so, e nel frattempo vedo me stesso che apre lo sportello dell’auto e si mette a passeggiare nell’aria vuota del parcheggio. Si avvicina alla carreggiata. È attratto dal vento generato dal corso veloce delle macchine che passano. Obliquamente s’avvicina, lottando contro questa forza breve e improvvisa. Gli piace. Subito dopo al passaggio di una macchina viene bloccato per poi, all’esaurirsi di questa forza invisibile, precipitare sembra più velocemente in avanti, di pochi passi, per essere respinto leggermente indietro al passaggio di un’altra macchina. È un bel gioco. Sarebbe ancora meglio però se passassero continuamente tutte le macchine una dietro l’altra a una distanza costante e alla stessa velocità in modo da mantenere viva la forza di questo vento invisibile come tutte le cose che ci scuotono e perché Claudio possa rimanere sospeso in aria come un uccello che, frullando energicamente le sue piccole ali, si contrappone alla corrente d’aria che sfrutta per il proprio personale godimento, ne trae vantaggio lasciandosi massaggiare dalla crudele indifferenza nel tutt’altro che sonnolento dondolìo. Speriamo solo che non si stanchi di sbattere le ali e non precipiti. S’avvicina fumando. Il fumo danza attorno a lui, confusamente. Si blocca. Un rumore assordante sta per sopraggiungere minaccioso ma mano che cresce. S’avvicina. Claudio è quasi sulla strada attratto ora anche dalla curiosità, sorella delle altre due streghe, quando li vede passare. Tre moto ruggenti, luccicanti, cromate. Mitiche harley. Una melodia. Un accordo. Tre aquile guerriere. Una per ogni corsia. Si spartiscono a brani la preda. Dominatrici come una freccia della strada che è la loro prediletta, chilometro dopo chilometro, carne inafferrabile. Claudio rimane conquistato da quella fantasiosa visione. Nascosto dietro gli alberi. Tre moto stupende. Su una gli parve di vedere una donna, ma non poteva esserne sicuro. C’era poca luce e in quella penombra poteva soltanto scorgere il viso di Luisa lucido e tremendo. Tre moto come fossero una sola. Una tromba parker era appena trascorsa. Chissà dove andavano. Chissà dove si può arrivare con tre soli pistoni, sul limitare del giorno e delle tre ottave che ne chiudono il centro.
prosegue...
sabato, 25 agosto 2007
river's s...ide
(sesta pagina)
La piazzuola dove ci eravamo fermati si presentò essere un ottimo rifugio. Quel tratto di autostrada era poco illuminata. E inoltre ricca di alberi e di aiuole altissime. Accostandomi al margine dell’autostrada, per entrare in quel minuto spazio segreto, riservato a pochi fuggitivi, mi sembrò di penetrare in una delle tante vagine che costeggiano l’autostrada. Ci trovavamo all’ingresso di un bosco. Fiabesco. Meraviglioso. E fuor di meta-fora. Da una parte vi era il lungo rettilineo di pece, tratteggiato da strisce continue, per favorirne la corsa, i sorpassi e, speriamo, nel prossimo intervallo, nessun incidente. Ma soltanto tre o cinque strisce rappresentano il ristretto margine dell’area in cui ci eravamo fermati. Tre o cinque linee che nell’alfabeto morse indicano una “O” oppure lo 0 (zero), lo stesso zero che è il centro verso cui tutte quelle macchine proiettano la loro velocità, quella stessa velocità che ci avrebbe occultato alle indiscrezioni. Dall’altra parte si ergevano degli enormi alberi dalla vegetazione scapestrata. Come lo siamo tutti o almeno un gran numero. Una fila di alberi fiancheggiava anche la strada. Dunque faceva proprio al caso nostro. Non era facile vedere quella sosta. Spensi il motore e rimasi un attimo immobile e in silenzio, come sopra un pensiero di nuvola turchese. Adesso mi tocca, pensai. E d’improvviso mi prese, una fitta al petto. Fulminante. Mi piaceva quel silenzio. Mi piaceva quel dolore. Quell’estraniarsi dal mondo. Anzi il mondo stesso ci aveva dimenticato. Fantastico! Quel ritrovarsi dimenticati. Incredibile! Poi, voltandomi verso Luisa, mi accorsi che già mi guardava, mi aspettava, mi indovinava come se fossi una proiezione del suo desiderio.
Spesso quel che vediamo, quel che sentiamo, quel che immaginiamo non è che un sogno, come qualcuno sospetterebbe, o la proiezione di un sogno, come qualcun altro forse proverebbe a negare. Dunque questo è il sogno e noi saremmo la sua proiezione. Ma sono io che sogno Luisa o e Luisa a sognarmi? o entrambi siamo sognati? e da chi, dal bosco? Cose rimuginate tante volte. Come un cammello nel deserto. Siamo il sogno di un cammello. O il sogno del deserto. Più probabile. Forse per il senso di precarietà, come quest’altro sogno che è il mondo, e non si sa bene di chi, mi dicevo. Ma perché darsi alla filosofia? Meglio darsi a Luisa, come Luisa, pur non sapendolo, tra non molto si sarebbe data alla Filosofia. Tutto dev’essere chiaro, e vero. Insomma, che cos’è la verità? Una memoria, ogni cosa viene dalla memoria, dalla mente che ha registrato quell’attimo, piacevole o importuno, non importa, e lo va ripetendo, pur senza volontà, dentro di sé, all’infinito, come l’onde di un mare inesauribile. E la curva luce di un sole che non potrà estinguersi perché non sa nemmeno di esserci, abbagliato dal labirinto di se stesso. Troppa luce? E se invece fossi io, in questo momento, soltanto un sogno? E di chi? Come potrei esistere davvero, qua fuori, o qua dentro, esiliato dalla mente di chi mi ha concepito?
Mi sedetti su un fianco.
- Che c’è? - domandò Luisa - Sei buffo! Hai un occhio nero e tutto gonfio. Deve farti molto male.
- Mi fa male anche la bocca - le dissi avvicinandomi. E lei anche, imitandomi, si sedette su un fianco, avvicinò il respiro, protese una mano per accarezzarmi il viso deforme, con premurosa e delicata curiosità. Mi piaceva la sua mano.
- In realtà - disse - sembri diviso in due. Il tuo lato sinistro è tutto gonfio e pesto. Sei bruttissimo! Un mostro! - diceva, e provava a chiudere un occhio, a imitare questo ciclope che aveva davanti, così, mi vedi? e strizzava un occhio, ma non vi riusciva, le palpebre si abbassavano entrambe nello stesso istante, un colpo d’ali, come per evitare che vi entrasse la polvere della noia e mi chiedeva se la vedevo, non vedendomi lei, per rassicurarsi forse di non essere sola, di essere e non essere sola, perché nessuno la vedesse mentre una mia mano si infilava sotto la sua nera camicetta, per farvi scorrere un po’ d’aria fresca, sulle sue labbra sbocciava un sorriso, le massaggiavo un fianco risalendo pian piano fino al frutto maturo del suo seno e l’altra mia mano le scostava i capelli dal viso, profumati di notte, e massaggiandole il collo era scivolata come un ricciolo sul petto, denudandolo dal funebre sipario di lino, tra le mie due mani il suo corpo da inventare e nutrire di scosse, tra le sue mani lo specchio del mio corpo appannato in cui una fanciulla desiderosa di crescere e, come il sole, farsi vedere crescere, studia quei gesti che ha visto fare così tante volte, chissà dove, nei ricordi, così tante di quelle volte incalcolabili volte le strinsi un seno nel parossismo di un vortice, dopo averne disegnato il capriccio di un’onda che continuamente, respirando, ricresce, con l’altra mia mano che, passandole sotto, per un braccio, era andata a posarsi dietro la schiena, la sosteneva e la stringeva ad un tempo con forza, a me, al mio petto nudo e sismico al tumulto del suo seno sinuoso. - Ah, povera me. - disse abbozzando un altro sorriso. Ci baciammo. Appena schiudendo le bocche. Le labbra mi facevano male, sentivo la bocca impastata di sangue. La sua voce mescolata al respiro. Vicino. Questa boccuccia tenera tenera, diceva, che sa di mela, boccuccia, tenera tenera, ti amo, ti respiro, ti bacio, mi immergo, ti amo come tu non mi ami. Da carezze di ciglia. Ti amo, da lontananze solari, ti amo, stammi vicino, scemo, perché così lontano? Ti amo, da approssimative assenze ti amo, presente, ci amiamo, come un raggio di luce che entra nell’acqua, un raggio di luce nell’acqua, senza scomporre l’unità delle acque, come un raggio di luce ci amiamo, respiro dopo respiro, un facile dire ti amo, per questo senso del possesso che non possiede niente, per questa eco che non piange e non implora di restare. Per non esserci anche quando non ci saremo. Ti amo respiro, come tu non mi ami respiro, per niente, per tutto il nulla che saremo.
Facemmo l’amore come se fosse stata la prima volta. Immergendoci ognuno tra le braccia dell’altra. Risalendo dal vuoto di uno per immergersi nel vuoto dell’altro. Dolcemente nel suo sogno. Perduti nel tepore del sogno. Spasmodicamente sognando, disfacendoci ogni volta nelle mani dell’altro, turgidamente salendo al dondolìo della superficie e della veglia, tutte le strade recise, tutti i fili spezzati, sussurrando un silenzio, lentamente, frasi d’abbandono, parole che non possono essere udite, lingue di vapore sui vetri, acquisendo una sesta vocale. Improvvisa la quiete. Era venuta l’aria a mancare. E più volte ridemmo di quella assurda concezione.
prosegue...
river's s...ide
(quinta pagina)
Ci rimettemmo in viaggio e senza dirci una parola. L’aria era più fresca. Gli odori più penetranti. Fino alla nausea. Il silenzio mi sembrò anche più corposo, friabile addirittura, fino alla vertigine. Ma bisognava fare qualcosa. Ed è strano perché di solito dopo una buona tirata ci si sente più loquaci, più favorevoli al dialogo. Cominciava a fare buio. Accesi i fari e mi misi a giocare con gli abbaglianti. Mi sentivo agitato, frenetico. Bersagliavo tutte le macchine che mi venivano a tiro con il dito tremante sulla leva degli abbaglianti. Un messaggio morse luminoso. Mettetevi da parte, volevo dire, che stanno passando due pagliacci, Claudio e Luisa. Non vedete? Mettetevi di lato voi che correte avanti. Sempre se andare a ottanta chilometri orari vuol dire correre. Le sorpassavo anche senza voglia. Per il solo piacere di stare in mezzo alla strada. Mi divertiva. Per le strisce, dico, capirete la banalità.
Vedevo Luisa con la coda dell’occhio guardare fuori dal finestrino. Di tanto in tanto si voltava verso di me. Poi guardava un po’ sul parabrezza di fronte e di nuovo consultava il finestrino e il paesaggio sfuggente. Per ricominciare subito dopo. Ma direte voi, com’è possibile che io la vedessi con la coda dell’occhio? In realtà non vedevo ma percepivo il movimento della sua testa e dunque del suo sguardo rivolto una volta fuori dal finestrino una volta verso di me. E anche se questo suo movimento era lento a me sembrava, forse per la reiterazione, monotona e meccanica, come a scatti fotografici. Sì, percepivo questo suo movimento. Poi avvertii anche un calore sprigionarsi dalla mia coscia destra quando la sua mano vi andò a posarsi leggera leggera come un fiocco di neve, anche se è più probabile che la sua mano fosse soltanto la scintilla dipartita da una nuvola per andare a bruciare tutto un occasionale mucchio di paglia e legnetti sparsi che è quanto di meglio sia riuscito a definirmi fino adesso. Per un attimo pensai, in quel momento, di doverla scrivere questa cosa qui. E l’attimo dopo invece già mi pentivo, mi dicevo che mi sarei pentito. Tuttavia, temo di non potermi vietare di scrivere, ma posso invece evitare di pubblicare. Tutti me ne sarebbero grati. Certamente. Ma questo divieto che mi impongo in realtà è come se non permettessi a nessuno di avvicinarsi. Ripensai alle cinture di sicurezza. Ma non è così. Niente è come appare. Puzza già di polvere questa giornata. Anche le cinture di sicurezza, nella loro apparente immobilità, hanno un loro piano prospettico. E per scoprirne cosa si nasconde dietro questa via di fuga basta seguire la loro corsa fino alla vetta più alta dove i due ganci posti tra i sedili le bloccano. Ci fermammo in un’area di servizio. La prima che trovai libera. Alzai il freno di stazionamento. Spensi il motore. C’è sempre un motivo per qualsiasi cosa. Credetemi. Che senso avrebbe lasciar marcire una così tenera boccuccia? Scrivere è un po’ come, la parola stessa lo suggerisce, uno scricchiolar di molle e di ossa. Ed è questo quello che cerco di fare. Andare in frantumi, distruggermi, divenire polvere. E non essere subito un fantoccio nelle mani del gioco. Cosa questa che avverrà in un secondo momento, quando finalmente non avrò più l’ossa a sorreggermi in piedi e la vista di te o di qualsiasi altro sogno non mi procurerà più alcuna vibrazione in petto o alle palpebre e nessuna erezione. Scrivere è come tagliuzzare minuziosamente una pietruzza di coca con il taglio di una lametta o di scheda telefonica comprata apposta per tale scopo ma senza avere intenzione di parlare con nessuno. Digitare l’unghie sui tasti. Suona accelerato, starà già parlando con qualcuno. Nessuno risponde. Mantenere ripetutamente la signora adagiata su uno specchietto come Luisa sullo schienale della macchina. Addormentarsi. Non è mai possibile di sera. Perché tutto è come se si andasse a pestare su un sentiero sterrato, un alternarsi di dune impercettibili, raschiare il tutto e farne un mucchietto da stendere successivamente in lungo e in largo, a piccole strisce come un reticolato. Ci verranno a cercare. Non importa. Un’altra narice è pronta per lasciarsi attraversare. Sarà breve il nostro viaggio, ma quanto meno si sarà perduta la ragione che ci ha mosso.
prosegue...
venerdì, 24 agosto 2007
river's s...ide
(quarta pagina)
Ma considerate l’assurdità di queste poche pagine, fino a questo punto. Com’è possibile continuare ad andare avanti? È una follia tutta questa storia! Che bisogno c’era di rapire la donna di un altro? Perché la donna di Saverio? Perché Luisa mi ha permesso di rapirla? Perché mi ha rapito? Per quale deformante ragione mi sono lasciato coinvolgere in questa storia? Le risposte brillarono nei suoi occhi. Negli occhi di Luisa che spezzarono la monotonia del suo guardare il parabrezza e il finestrino al suo fianco e cominciavano ad albeggiare verso di me. Tutto questo tempo era stato come l’ebollizione di un’alchimia. Il movimento delle sue labbra, il suono dirompente delle sue labbra, prima di ogni parola, prima di ogni forma, fu come la deflagrazione di questo universo.
- Ti va un po’ di coca - disse tutta eccitata. Non finì neanche di dirlo che la vedo tirare fuori dalla borsetta il suo beauty case e tutto.
- Certo - mi affrettai a concludere - l’hai fregata a quell’idiota? - le chiesi. - Non se ne accorgerà?
- E a chi sennò - ribatté ingenuamente.
Sì, meglio fermarsi a tirare un po’ di coca. È questione di un attimo. Non lasciartelo scappare. Luisa è bravissima anche a tagliuzzare la coca. La rende finissima. E in fretta. Infatti dopo pochi minuti:
- Guarda che opera d’arte! - mi disse mostrandomi lo specchietto con le due strisce.
- U’ - leggo. Aveva allungato due lunghe e sottilissime strisce e poi le aveva piegate a formare due lettere. Una (ondulata) era una C, e l’altra (due linee unite come a formare un angolo) era una L. Claudio e Luisa. Due pazzi perfetti, esclamai. Fatti apposta l’uno per l’altra, suggerì qualcuno. Come due pupazzetti, uno bianco e uno nero, sulla torta, ironizzò Luisa. Almeno credo. Ma dal posto di guida dove stavo io però leggevo U, con un lungo accento che doveva essere la sua L. Naturalmente ognuno doveva tirarsi la lettera dell’altro. E così facemmo. A me toccò l’accento o l’angolo o la elle e a Luisa la ci o il segno di una mezza luna nella carne o qualsiasi cosa curva vi venga in mente, quel “poco così” ad esempio che ci manca ogni volta che dobbiamo giustificarci di fronte a qualcuno e mostriamo la vuota distanza tra il polpastrello del pollice e quello dell’indice che quasi si toccano. Una imperfezione del cerchio, una strana C, anzi le due linee parallele del segno uguale, un uguale che non esiste, irrisolto. Che retorica del cazzo, cicerone! Il periodo è una curva e anzi un cerchio perfetto di parole! Chissà che cosa voleva dirmi con questo nero su bianco. V-erba volant? Sì, immagino tra non molto le vedremo sfrecciare sull’autostrada. Ma vai a capire certe cose.
prosegue...
sabato, 21 aprile 2007
river's s...ide
(terza pagina)
Mentre le strade a senso unico, come questa che abbiamo imboccato appena adesso io e Luisa, in questo preciso momento, per nascondere ogni traccia e confondere gli odori con il vento dell’autostrada, suonano una melodia tagliente. Il senso unico rapisce un automobilista dietro l’altro e lui e quell’altro con le braccia del paesaggio (il paesaggio ai due lati della strada) vengono rapiti. Ma il paesaggio (che sta sempre da un lato), man mano che si va avanti, retrocede (con le mani legate dietro la schiena). Vedete come ci aiutano le parole! Non appena abbiamo imboccato questa strada Luisa, dalla cui testolina bruna stava cominciando a dilatarsi un’aureola di fuoco, cominciò a poco a poco a farmi saltare i bottoni… Allungai un piede sul pedale dell’acceleratore. No. Che fai! Le dissi sorpreso. Che è questa storia. Non c’è bisogno di… e intanto vedevo gli occhi rossi dello scarafaggio davanti a noi avvicinarsi minaccioso. Lo stavo per schiacciare col piede che affondava sempre più sul pedale dell’acceleratore. Vuole tirarmelo fuori, pensai, e sbaciucchiarlo e leccarlo e metterselo in bocca come solo lei sa fare. E io dovrei moderare la carburazione del motore. Per non schiacciare o mandare fuori strada gli scarafaggi. Noooooooo, virgola, non so perché lo volesse fare. Forse per ringraziarmi, non lo so. La lasciai fare? No, non la lasciai fare. Sono un idiota? Ai posteri, se mai ce ne saranno, incresciosi commenti. A quel punto si drizzò sullo schienale. Allontanandosi con la sua tenera boccuccia di mela. Guardava fuori dal finestrino. Io un ciuffetto di capelli dietro il suo orecchio, il gancetto che tiene ben saldo l’orecchino. Mi parve come se avesse voluto mettere un punto tra di noi, anche se provvisorio, immagino, spero, così come si fa dopo aver costruito o distrutto una frase. Mettiamo il punto. A volte si va a capo, altre volte invece si prosegue sulla stessa linea. Speravo che decidesse per questa seconda ipotesi. Perché per la prima significherebbe gettarsi fuori, come un mozzicone di sigaretta, dalla macchina in corsa sull’autostrada. O forse si aspettava che la gettassi io, e nella caduta, mi chiedevo, in che verso sarebbe rotolata, in avanti o indietro? o forse si aspettava che mi fermasi e la facessi scendere, magari aprendole lo sportello, o che fossi davvero così cavaliere da riportarla indietro. No. Questo non era possibile. Anche volendo. Bisognava in ogni caso andare avanti fino alla prossima uscita e da lì rientrare nel senso inverso alla direzione in cui stavamo procedendo. Metterci sulla strada dei cattivi. E saremmo stati buoni. No. Non diceva nulla. Aveva edificato un muro invisibile tra di noi. E forse anche tutta questa storia del rapimento. Una volta tolta da uno poteva sbarazzarsi anche dell’altro. Un silenzio rarefatto. Imbronciata guardava fuori dal finestrino. Tutto sfocato e mosso. Il peggio che poteva capitarci. Io fissavo il punto in cima alla strada, invisibile e immaginario, lei tutto un insieme di punti che scorrevano fuori dal finestrino, la distruzione del mio unico punto immaginario e invisibile, una moltiplicazione di silenzi, scossi soltanto dal rombo di un motore che passa, per poi di nuovo ricadere nella quiete, il paesaggio ci aveva divisi, il punto in cima alla strada era l’unico legame tra il nostro silenzio, di adesso, e la parola, quando lo avremmo raggiunto. Accelerai spostandomi sulla corsia di sorpasso. Lo scarafaggio, che ha un andamento a singhiozzo, e dunque poco costante, rallentò consentendoci di superarlo. Su un cartello luminoso consigliavano di moderare la velocità e di allacciarsi le cinture di sicurezza. Questo significa allora mettere più virgole. Le cinture di sicurezza. Un prolungamento delle linee prospettiche della strada (se non le allacciamo), una doppia dilatazione di quell’unico punto posto in cima. Se invece le allacciamo formano la base mobile del triangolo che stiamo percorrendo, come se ci trovassimo dentro un ascensore (e non un discensore) o dietro un bancone da bar a stillare cautamente un boccale di birra, possibilmente con poca schiuma, la cui altezza (della strada, non perdiamola di vista) è misurata dalla striscia, o le molte strisce, al centro della strada. Questa base si sposta con noi, ed è di sicurezza perché, qualora dovessimo andare incontro a qualcuno, qualcosa, le cinture si inarcherebbero come di ciglia, o di spalle, per mantenerci incolumi all’impatto. Come dire: che è successo? Non lo so. What’s up? I don’t know. Maledetta lingua di cani. Poco nuvoloso.
Il paesaggio scorreva, la mia mente si fondeva con il paesaggio, e scompariva inghiottita in un morso delizioso dietro di noi. Anche se in realtà avrebbe voluto seguirci. Ma questo paesaggio è come un cane trattenuto per il collare da una grossa catena. Corre fin dove può arrivare, poi è strattonato indietro, e questo deve fargli molto male, non poter superare certi limiti imposti! Spero solo non riesca mai a spezzare la catena. E se solo l’avessi lasciata fare? Anche qualcosina di mio si sarebbe perduta là dietro, bianca come una pagina senza scrittura.
- Ma perché corri? - mi domandò Luisa.
- Perché voglio raggiungerti al più presto! - le dissi come parlando nel sonno.
[continua...]
mercoledì, 18 aprile 2007
...river's s...ide
seconda
Le strade a doppio senso mettono in relazione due automobilisti evitando di farli andare a sbattere l’uno contro l’altro (il cosiddetto crash con lunga nota stridula di freni a discrezione del saxofonista cieco che stava improvvisando un’aria vagamente jazz sul marciapiede come su un qualsiasi palcoscenico a lato della strada). A volte lo scontro non si può evitare. Il più delle volte però questo non accade e quando questo non accade è davvero comico. State a sentire. Come si sa, di norma, chiunque sieda al volante di un auto per mettersi in viaggio tiene la corsia del proprio senso di marcia. Ogni corsia è costantemente parallela a l’altra, come sapete, anche se in realtà non è parallela essendo la stessa strada suddivisa in due corsie. ↓↑ I buoni o i cattivi delle nostre notturne e preistoriche lavagne. Cazzo come sono pedante! Devo spiegare i due sensi? Ma lasciamo perdere. Mi sembra ovvio che chi va avanti è il buono e chi torna indietro è il cattivo. L’alto è l’alto e il basso è il basso. Ecco, però, tornando indietro, un po’ come in quei tornei per cavalieri, infilati, ciascuno, dentro luminescenti armature e montati in groppa a valorosi destrieri, con le lance protese in avanti per colpirci come gli specchietti, maledetti specchietti, da lontano ci si vede avvicinare, piccoli piccoli, giusto le dimensioni per entrare dentro la pupilla, ma poi, via via che ci si fa sempre più vicino, e l’immagine che siamo prende spazio e corpo, e di conseguenza anche tempo, maledetto tempo, si ingrandisce come un fiore per schiudersi in un abbraccio che forse non avverrà mai. Pensate alla scena a rallentatore, quando si è proprio sul punto di riconoscersi e abbracciarsi. Pensate a quei due amanti che non si vedono da tanto tempo, troppo tempo, ed ecco che, dopo una lunga e affannosa corsa, quando sono proprio sul punto di abbracciarsi, uno dei due si scansa di lato, e senza sfiorarsi nemmeno, ma indifferentemente si allontana, senza neppure voltarsi un attimo indietro, tristemente, lasciando l’altro di sasso. Una volta capitò anche a me una cosa del genere, ma con una fine molto più lieta. Precedevo Luisa riprendendola con una cinepresa, io andavo indietro, ciecamente guidato da lei che fissava l’obiettivo. Ad un tratto sembra inciampare su qualcosa, ma in realtà fa finta di cadere, tanto per rendere la scena un po’ comica, e mima questo gesto a ripetizione con la sua boccuccia di pesce che mi lancia dei baci mentre io continuo a procedere all’indietro, lei protende le braccia in avanti come per salvarsi il viso dalla caduta, o come un sonnambulo tasterebbe il cerchio d’aria che la circonda, per abbracciare infine il suo amante che già le va incontro, ma in realtà Luisa rincorreva comicamente il mio sguardo fino ad avvicinarsi e scansare l’amante/ostacolo come dicevo più sopra, per uscire fuori dall’inquadratura e abbracciare me che ovviamente stavo di lato all’obiettivo della cinepresa. Ma chissà cosa si aspettavano gli amanti, lui o lei o entrambi, che si erano visti sopraggiungere da lontano, riconoscersi anche se ancora piccoli piccoli, e farsi sempre più vicino, distinguersi dalla grossolaneità di una folla incontenibile, staccarsi da tutto questo, e nonostante questo sentirsi in obbligo di voltarsi, come di una pagina, chiudere il libro, di poco più di un quarto d’orologio, anche se guarda a ore dieci (IO) sullo specchietto, per vedere la coda a ventitre (24) venticinque minuti a mezzogiorno, consultando (chissà per quali consigli) lo specchietto retrovisore, che non può mentire, siamo noi là dentro, inquadrati di schiena, un dettaglio della spalla sinistra, poco sanguinante, un tatuaggio, uno sfregio sulla quintessenziale bellezza di un corpo, ci si vede allontanare in piano sequenza, seduti alla guida di un’auto in corsa, come alla lettura di un libro, adesso, si può riconoscere anche il modello, è un calesse senza cavalli, è una ristampa senza compromessi inutili con editori, una vertigine del passato rovesciato, va precipitando e rimpicciolendosi, sbriciolandosi come un pietra incandescente, lasciando una scia invisibile e discreta negli occhi alle sue spalle (IO), non la riesco più a vedere, curvo lo sguardo da sinistra a destra, nel retrovisore interno, a sette (otto) minuti, va rimpicciolendosi giusto per entrare dentro il punto finale di una pupilla, non è possibile, sembra scoppiarmi il cuore, sono costretto a voltarmi indietro, alla mia destra, ah meraviglia delle meraviglie, trasparenza di tutte le certezze, alle dodici e un quarto, su una strada verso casa, Luisa seduta al mio fianco, sospiro dei sospiri, e allungo un braccio, lei si avvicina e si incastra perfettamente con la testolina bruna sotto il mio mento indolensito, cura di tutte le cure, ambrosia delle mie vene, e sembra d’essere tornati indietro, indivisibili e perfetti, nell’ora senz’ombra (dubbi, perplessità?), nello splendore dell’ora del giorno più luminosa. Nessuno ci segue.
Se vi concentrate a pensare a questa scena mentre siete seduti alla guida di un auto, intenti alla lettura di una strada (quale strada?), con tutt’e due le mani sonnambule sul volante, in una strada a doppio senso di circolazione, è molto probabile che prima o poi andrete a sbattere contro qualcuno, qualcosa. Siamo nel futuro come nel passato.
[continua...]
sabato, 14 aprile 2007
river’s s…ide
Nessuna strada è a doppio senso, e tutte le strade lo sono. E tutte sono gallerie. Potete credermi sulla parola. Ma se proprio vi riesce difficile credermi e volete che vi dica quello che penso allora lo farò, correrò il rischio di parlarmi addosso. Perché, le comuni strade a doppio senso di circolazione sono state fatte apposta per questo, per parlarsi addosso. Io parlo e le parole mi cadono di bocca come un dente stamattina. Mi sono rimaste due nocche infossate sul muso. Doveva essere proprio incazzato. Luisa comunque è venuta via con me. Avevo parcheggiato la macchina qualche isolato prima e proseguii a piedi fino alla casa dove quel porco la teneva prigioniera. Chiesi di lei ma il porco, facendo orecchio da mercante com’è abituato a fare, mi disse che avevo fatto male i miei conti. Penso volesse dire che non dovevo farmi vivo e aggiunse, con tono minaccioso, che avrei fatto bene ad andarmene via subito e di mia spontanea volontà, altrimenti...
- Voglio parlare con Luisa - dissi imbavagliando i suoi grugniti - voglio sia lei a dirmi se devo andarmene oppure no. Nel frattempo cercavo di scavalcarlo con gli occhi e di guardare dietro le cime delle sue spalle. Ma a mala pena potevo scorgere il soffitto sopra il suo capo ispido di setole. Poi una voce tentò di affacciarsi dalle sue orecchie:
- Che succede? - era Luisa. Fingeva d’essere meravigliata di vedermi lì e a quell’ora e con quelle pretese. L’energumeno non appena si trovò Luisa alle spalle cominciò ad alzare pure lui la voce, quasi volesse nascondermela anche così.
- Lei viene via con me! - urlai. E questa volta toccò a me d’essere imbavagliato. Perché, tra un grido e l’altro, tra una spinta a una montagna e un’altra al vuoto impalpabile che le mie richieste sembravano afferrare, mi centrò un pugno in pieno volto, non riuscii neanche a vederlo, sennò l’avrei schivato, certamente, un pugno così potente che mi scaraventò sul marciapiede. Rimasi stordito qualche secondo. A quel punto vedo il cinghiale, con tanto di zanne umide e bavose, lo vidi abbandonare la soglia di casa e dirigersi verso di me. L’avevo fatto incazzare! C’ero riuscito. Ed ecco che mi eclissa il mondo alitandomi in faccia. Mi afferra con il suo braccio sinistro (quello debole) per il collo della camicia e mi assegna un altro bel cazzotto sulla mandibola (dopo aver preso accuratamente la mira). Questo secondo pugno mi fece rotolare di altri due metri indietro. E fu questo a farmi sputare un dente a terra; a vederlo sembrava un iceberg immerso nel sangue, io però non c’ero attaccato. La vista di tutto quel sangue lo fece inferocire ancora di più, non ebbi neanche il tempo di riprendermi che di nuovo me lo rivedo addosso, come un toro, cazzo! marciando orgoglioso verso la mia inferiorità. Luisa strillava dietro di Lui, lo pregava di fermarsi, di lasciarmi stare. Ma era del tutto inutile. L’uomo voleva pestarmi. Fieramente. Lo sapevo. Cominciai a strisciare indietro pavesando timore, supplicandolo di non toccarmi più, che me ne sarei andato, che aveva ragione lui. Era stato uno sbaglio andare lì quella mattina a rompergli le palle. Che aveva ragione di prendermi a pugni. Me lo meritavo. Ma che non valeva la pena, però, di prendersi a pugni per una puttana qualsiasi. Ma adesso basta. Me ne sarei andato. E tutto questo accadeva mentre strisciavo ancora più indietro. Lui mi seguiva, indubbiamente divertito e sicuro della sua virilità. Tutto questo movimento ci fece allontanare da casa un altro bel po’ di metri. Giudicai che era la distanza giusta per scappare. Mi alzai in piedi e cominciai a correre e correre, di tanto in tanto guardando indietro per vedere se mi seguiva. E lo vedevo infatti divertito, come si può facilmente immaginare, piantato sul marciapiedi a pestare un piede a terra, come si fa quando si cerca di intimorire una bestiolina mettendogli l’invisibile paura alle calcagna. Io scappavo verso la macchina che avevo parcheggiato un centinaio di metri prima, come dissi poco più sopra. E Luisa, da casa sua, prendeva il largo nell’altra direzione, dove più tardi l’avrei trovata. Come d’accordo.
[continua...]
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